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ProvinCiali – Francesco Pacini, da Sinalunga alla Serie B: “Empoli la mia vita, l’esordio col Novara? Ricordo ogni singolo istante…”

Intervista a Francesco Pacini, nato a Sinalunga e cresciuto nell’Empoli fino ad arrivare al Novara, al Trapani e, oggi, al Modena.

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Quando un ragazzo promettente lascia il proprio “nido” calcistico da giovanissimo, per provare a coltivare il sogno di raggiungere il calcio che conta, è sempre un piacere poterlo ritrovare in provincia qualche anno più tardi, adulto e maturato sul campo, per potergli chiedere che piega abbia preso quel sogno.

È quello che ci ha concesso Francesco Pacini, classe 1995, attuale portiere in Serie C del Modena FC 2018 – nato dalle ceneri dello storico Modena Calcio fallito nel 2017 -, sinalunghese di nascita ma cresciuto a Foiano, dove ha iniziato con i famosi “primi calci” al pallone, prima di passare al settore giovanile dell’Empoli e da lì arrivare in Emilia-Romagna, passando anche per la Serie B.

Nel suo caso, tuttavia, sarebbe più corretto dire che abbia iniziato a tuffarsi sui campi di calcio di Foiano, considerando che Francesco si definisce in un certo senso un “portiere predestinato”: “Ho iniziato a fare il portiere semplicemente perché da piccolo odiavo correre ma amavo buttarmi per terra: scegliere di fare il portiere è stato automatico. Poi, con gli anni, madre natura mi ha concesso ciò che serve per poter fare bene questo ruolo: sono alto 1,95m, decisamente una fortuna per chi come me ama stare tra i pali!”.

Ciao Francesco, come ogni nostra intervista in questo periodo, la prima domanda è d’obbligo: come stai?
Sto bene, nonostante l’orribile periodo storico che stiamo vivendo. Per fortuna, il virus non ha colpito né me né nessuno dei miei familiari, ma nonostante ciò sto soffrendo come tutti, anche solo al pensiero che finita questa emergenza le nostre vite cambieranno radicalmente.

Parliamo di qualcosa di decisamente più felice, partendo dal tuo primo assaggio di calcio professionistico: Empoli. Il club azzurro è sempre stato considerato tra i settori giovanili più organizzati d’Italia, ed esserci cresciuto deve essere sicuramente motivo di orgoglio, no?
Se mi parli di Empoli, mi parli di un pezzo di cuore, e non solo dal punto di vista calcistico. Lì ho passato gli anni più belli della mia vita, tutta l’adolescenza dai 14 fino ai 22 anni: è a Empoli che ho studiato, preso il diploma e la patente, conosciuto i miei amici più cari e avuto le relazioni amorose più importanti e durature. Per questo, posso dire con certezza che Empoli sarà la mia casa e la mia città anche a carriera finita.
A livello calcistico, va da sé che Empoli per me rappresenti praticamente tutto quello che sono adesso. Il settore giovanile azzurro mi ha fatto crescere dal punto di vista tecnico e professionale, e non credo esista qualcosa di meglio in Italia: ai miei tempi, abbiamo perso tre finali Scudetto nazionali tra Giovanissimi e Allievi, per fare un’idea della caratura di quella rosa e di quell’ambiente.
Sono cresciuto potendo ammirare calciatori come Rugani o Hysaj, per fare un paio di nomi. Sono quelli che ai tempi di Empoli mi hanno impressionato di più, e infatti adesso giocano nelle squadre più forti d’Italia.

Dopo Empoli il grande salto: Novara, quando il club era tornato in Serie B dopo un’amara retrocessione due stagioni prima. La data è il 16 aprile 2016, il resto raccontacelo tu…
Il 16 aprile 2016 è stato il giorno del mio esordio in Serie B, e penso che potrei parlarne per ore: ricordo alla perfezione tutto, dai sentimenti, a come mi caricavano i miei compagni, ad ogni singolo movimento sulla linea di porta.
Fu una giornata perfetta, benché fui preso alla sprovvista in quanto seppi che avrei giocato la mia prima ufficiale in B solo dieci minuti prima della gara. Venivamo da un periodo non troppo positivo, per cui c’era anche l’ansia di dover far risultato ma alla fine vincemmo 2-1 al 90′ con doppietta di Faragò. Io nel primo tempo salvai il risultato in diverse occasioni, mi sentivo benissimo e fu una prima volta davvero indimenticabile.
Contrariamente da quello che si possa pensare, mi sentivo pronto anche se era la prima volta che scendevo in campo: nelle settimane precedenti avevo assimilato totalmente il lavoro e gli insegnamenti del preparatore, c’era adrenalina, positività e voglia di stupire, il giusto mix per fare bene. Ho scaricato tutte le tensioni la notte stessa, in cui non riuscii a dormire per l’emozione di aver coronato un piccolo sogno.

minuto 00:39, la prima parata di francesco in serie b

Tra l’altro, in porta in quel Livorno c’era Pinsoglio, non uno a caso. E la partita dopo, persa 2-1 contro il Lanciano, dall’altra parte giocava un certo Cragno…
Grandi portieri entrambi. Con Alessio (Cragno) ho un gran bel rapporto, ci siamo sentiti in questi ultimi anni, credo che sia una delle promesse del calcio italiano, anche se quest’anno è stato sfortunatissimo. In quella partita mi ricordo che, soprattutto nel secondo tempo, fece dei grandissimi interventi; si capiva già al tempo che sarebbe diventato un fenomeno.

In ogni caso, nonostante il buonissimo esordio, non deve essere comunque semplice essere chiamati in causa all’improvviso, senza mai essere scesi in campo prima tra i professionisti, vero?
Lo è soprattutto per un portiere, che è un ruolo completamente diverso rispetto a quello del giocatore di movimento: non puoi essere adattato, il tuo spazio è l’area di rigore e basta, non c’è tattica, non ci sono moduli. La continuità è fondamentale, ma ho provato sulla mia pelle che se si lavora bene durante la settimana, con convinzione, passione, e si ha la fortuna di avere dei preparatori capaci, che conoscono sia te che i tuoi limiti, si riesce sempre a tirare fuori la prestazione, sia che si giochi cinque, dieci, trenta o quaranta partite.

Per un portiere è più importante la caratura tecnica o la solidità mentale? Essendo uno dei quesiti classici che si pongono ai numeri uno, non puoi rispondere che sono entrambi importanti allo stesso modo!
Anche se non potrei rispondere così, dico che entrambi gli aspetti hanno grande importanza, se non altro perché un portiere vive continuamente situazioni differenti, ogni partita è diversa. Per esempio, ci sono momenti in cui sei “bombardato”, e allora sarà fondamentale gestire la pressione e non abbassare mai la guardia, neanche per un secondo; in altri casi, invece, magari non si tocca palla per molti minuti, e allora sarà necessario rimanere estremamente concentrati. Poi c’è l’istinto, piuttosto che la bravura nelle uscite, miliardi di fattori che fanno la differenza e che si condensano in un millesimo di secondo, quanto dura una parata all’incirca…

Hai giocato anche in Coppa Italia, affrontando il Chievo di un certo Roberto Inglese, in uno stadio come il Bentegodi tra i più suggestivi d’Italia: quali altri ti sono rimasti impressi?
Uno su tutti il San Nicola di Bari, dove andammo a giocarci i playoff vincendo una partita incredibile per 3-4 ai tempi supplementari, ma anche lo stadio di Modena, visto quest’anno con una grandissima cornice di pubblico, è un’impianto che farebbe tremare le gambe a chiunque. Poi c’è Vicenza, con la curva che spinge fortissimo, ma anche Siena, dove ho giocato quando ero a Poggibonsi.

Quest’ultima non è stata una stagione esaltante a livello di presenze, e arrivato a 25 anni sei davanti ad uno snodo fondamentale della tua carriera: quanto senti il bisogno di giocarti le tue chance da titolare per un’intera stagione?
Hai ragione, arrivato a questo punto della mia carriera c’è bisogno di essere titolare, mi sento pronto e sto solo aspettando l’occasione giusta per dimostrarlo. Ciò non significa, però, che me ne starò fermo sperando che qualcuno mi metta la numero uno sulle spalle: l’unico modo che mi hanno insegnato per conquistarmi il posto è allenarmi fortissimo, cercando di far cambiare idea all’allenatore. In passato le cose potevano andare diversamente, alcune volte sono stato sfortunato, altre potevo cavarmela meglio, ma adesso tocca a me.
A Modena finora è stata una stagione strana, pensavo di giocare di più ma ho trovato davanti a me un portiere molto forte che sta facendo bene. Io quindi ho continuato ad allenarmi da professionista, cercando di ritagliarmi spazio, e forse l’unico rimpianto è di non essermi potuto trasferire all’Entella a gennaio, in cui avrei ritrovato mister Boscaglia che mi aveva già avuto a Novara e mi voleva fortemente. In ogni caso non ho rimpianti, e non vedo l’ora di scendere in campo di nuovo.

Per concludere questa bella chiacchierata, un parere su quanto sta accadendo al calcio in questo momento: giusto fermare tutto?
Fermare tutto è stato giustissimo: non c’erano più le condizioni per poter continuare, e si è tirata la corda fin troppo, soprattutto in campionati come la Serie C. Abbiamo continuato, da professionisti, ad allenarci anche a distanza, cercando di tenerci in forma per non perdere lo smalto e la preparazione atletica, ma è impossibile pensare che l’attività a casa possa sostituire il campo sportivo. Abbiamo cercato di rimanere concentrati fino alla fine con la prospettiva di ripartire, ma non è stato possibile. Adesso speriamo quindi che chi di dovere si prenda le proprie responsabilità, per il bene di tutti, dai giocatori agli staff tecnici, dagli impiegati ai tifosi.

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